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giovedì 26 gennaio 2017

Le donne nell'arte: ANTONIETTA RAPHAEL (MAFAI)

Antonietta Raphaël Mafai 1918
Nata nel 1895 a Kovno, in Lituania, era figlia di un rabbino che la lascia orfana a otto anni. Nel 1905 si trasferisce a Londra con la madre.
Cresciuta si mantiene vendendo i suoi ricami e nel frattempo studia musica dando lezioni di piano ad altri per pagarsi le sue.
Nel 1919, rimasta sola dopo la morte della madre, la giovane artista si trasferisce a Parigi e poi, nel 1924, si reca a Roma dove frequenta i corsi dell'accademia e conosce Mario Mafai .
Nasce tra loro una passione intensa e dolorosa, intessuta in egual misura di vita in comune (avranno tre figlie) e di momenti di lontananza.
Antonietta e Mario 
Nel 1930 Antonietta e Mario si recano a Parigi, qui frequenta Chagall, De Chirico e Savinio e si dedica allo studio della scultura che la occuperà quasi interamente negli anni successivi, mentre la vocazione pittorica lasciata negli anni Trenta e Quaranta riemergerà negli anni Sessanta.
Antonietta Raphaël è stata uno degli artisti più visionari nel panorama italiano della prima metà XX secolo: l'immagine, nella sua pittura, è percorsa da colori caldi e luminosi che scopre al suo arrivo sulle coste mediterranee, lei stessa scrive "sono nordica, lituana; la mia adolescenza l'ho trascorsa in Inghilterra. Giungere sulle coste mediterranee è stato per me una rivelazione. Mi sembrava di sentire vibrare i colori attorno a me, direi quasi più di chi ha sempre vissuto nel Sud"
Mafai che beve
Protagonista della Scuola Romana, è sempre citata come terza dopo Scipione (Gino Bonichi) e Mario Mafai, ma Antonietta non è da considerare una figura minore poiché la sua pittura si individuano tratti unici e particolari.
Nelle sue tele dipinte tra il 1928 e il 1929 la figura è come miniaturizzata, riportata alle dimensioni di un'insegna di bottega, di ex voto, di un'illustrazione popolare con uno spiccato primitivismo. Lo prova anche l'opera Mia madre benedice le candele, dove il rito ebraico è interpretato come un atto sciamannino e malinconico e dove la donna in preghiera ha sul volto una piega amara


e lo provano ancora i paesaggi romani di questi anni, paesaggi fiabeschi, dove Roma appare come un fragile presepio e l'Arco di Settimio Severo all'alba sembra un fondale di cartapesta,



mentre la Veduta dalla terrazza di via Cavour ci consegna un Colosseo-giocattolo e una famiglia di casupole evanescenti.


Antonietta usa i colori in modo istintivo ma allo stesso tempo sapiente per rappresentare atmosfere europee con sapore medio-orientale, uno stile di pittura che in quegli anni influenza gli altri due pittori della triade: Scipione  e Mario Mafai. 
Il ponte degli Angeli - Scipione 1930
Senza nulla togliere all'importanza della Scuola Romana fra le due guerre, è bene ricordare le opere luminose e febbrili che Antonietta dipinge negli anni Sessanta come Giuditta: l'eroina biblica tiene la testa  gigantesca di Oloferne  
sopra la propria, come fosse un copricapo o una fionda. I suoi grandi occhi, il suo corpo dorato immergo nelle tinte vellutate di un paesaggio notturno scaldato dal fuoco del velo rosso, fanno di quest'opera un'immagine barbarica e insieme onirica e di Giuditta una figura dal fascino oscuro tra la magia e la creatura zingaresca. 
A questa vena visionaria la Raphaël  accosta una vena di forte realismo  che manifesta nella scultura.
Di solida e potete plasticità sono infatti i suoi bronzi e i suoi gessi che prendono le mosse da Maillol. La scultrice trasforma però la ricerca volumetrica purista del maestro francese in un'indagine sulla fisicità dei corpi, di cui rappresenta senza idealizzazioni la pienezza rigogliosa, ma anche i segni delle emozioni che 
la vita vi ha lasciato.
Sono opere capaci di raccogliere dentro di sé gli echi del passato, senza perdere l'immediatezza del presente: un esempio è il Ritratto di Emilio Jesi (1940) scolpito nell'onice del Brasile, che sembra emerso dalla profondità dei secoli come un dignitario egiziano, oppure La sognatrice (1946) che racchiude in sé un'anima dell'Estremo Oriente.

Il riconoscimento del suo lavoro arriva nel 1947 con la prima mostra importante al fianco di Mario Mafai nella Galleria Barbaroux di Roma, poi nel 1948 espone alla Quadriennale di Roma. Nello stesso anno è presente alla Biennale di Venezia dove tornerà nel 1950 , nel 1952 e nel 1954.
Gli anni Cinquanta sono anche gli anni dei viaggi: più volte in Sicilia, in Cina ed in Spagna. 
Nel 1960 viene pubblicata la prima monografia e il Centro Culturale Olivetti le dedica un'antologica ( 13 sculture e 39 dipinti).
Gli Anni Sessanta sono anni di grande attività nei quali produce sculture e grandi dipinti dedicati a temi biblici come il Cantico dei Cantici e Le lamentazioni di Giobbe, ma anche anni di dolore per la morte del marito che la lascia nel 1965   ed in memoria del quale l'anno seguente dipinge la grande tela intitolata Omaggio a Mafai.
Prima del 1970 realizza la fusione di tutte le sue sculture. Si dedica alla litografia mentre, con l'energia che ha caratterizzato tutta la sua vita, dipinge le ultime due grandi tele: Omaggio a Picasso e Concerto sul Lago di Vico, forse le più gioiose di tutta la sua produzione.
Muore a Roma il 5 settembre 1975.










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