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mercoledì 17 gennaio 2018

Artisti contemporanei: SANYA KANTAROVSKY - "LETDOWN"

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino presenta Letdown, la mostra personale dell'artista russo Sanya Kantarovsky.
Nato a Mosca nel 1982 ed emigrato negli Stati Uniti dove vive e lavora, è conosciuto principalmente per i suoi dipinti ma realizza anche sculture ed installazioni.
Ha spesso utilizzato le proprie opere per confrontare la sua esperienza di vita sotto il comunismo, negli anni del declino dell'Unione Sovietica, con le esperienze vissute nel mondo occidentale.
Sfruttando l'architettura come metafora e allo stesso tempo come cornice, l'esposizione allestita alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo evidenzia queste due polarità estetiche e politiche, creando il contesto per un nuovo corpus di dipinti che trasmettono una gamma di esperienze sgradevoli e brutali.
In Russia esistono decine di migliaia di edifici identici, ciascuno composto di ottanta appartamenti, sono stati progettati sulla base di un consenso, dopo che una commissione di architetti ha definito uno standard di vita e lo ha ridotto ai suoi elementi minimi ed essenziali.


Queste strutture erano dette K-7 o Krushevki, da Nikita Krushev, che li commissionò per rispondere a una grave carenza abitativa. Costruiti in fretta e a basso costo con pannelli prefabbricati di calcestruzzo, questi edifici costringono i loro occupanti fisicamente e mentalmente dentro uno spazio infinitamente replicabile e uniforme.
La mostra si articola davanti all'immagine dipinta di una Khrushchoyovka semidemolita.


Occupando lo spazio austero e minimalista della Fondazione, il murale mette involontariamente a confronto una forma alta di architettura contemporanea con l'economia e la violenza delle case popolari sovietiche. 
I dipinti di Kantarovsky sono appesi sull'edificio e le loro cornici rettilinee ne riecheggiano la facciata a lastroni. I quadri stessi sono cornice geometrica di brutalità.
Colmi di esperienze dolorose, trasudano esitazione e fragilità presentandoci corpi che si contorcono in atti di sottomissione.
Ciascuna opera crea una zona a sé stante in cui si svolgono azioni come spingere, tirare


abradere, lavare e cancellare.
La presenza della Khrushchyovka, insieme alle tipiche tartarughe d'acciaio dei parchi giochi (le cherepashki) spesso annesse alle unità abitative, dà l'impressione che questi

quadri siano finestre su una casa claustrofobia, o lacerazioni nel tessuto sociale. C'è da chiedersi se i soggetti che raffigu-rano sono i residenti dell'edificio. Una madre con un neonato, lei di colore pumbleo, lui ricoperto di rosacea, è costretta a piegarsi fino a cadere mentre lui cerca di afferrare l'ultima goccia di latte. La figura della donna si deforma e le sue ginocchia sbucciate indicano che non è la prima volta.
Il titolo della mostra deriva da questo quadro, opera in contraddizione con se stessa come molte dell'artista. Letdown (2017) fa riferimento ad emozioni opposte, infatti in inglese la parola significa sia delusione che produzione di latte materno. 
Ed è proprio la paradossale simultaneità di costernazione e soddisfazione il tema centrale della mostra.
Un'immersione in un mondo da cui si cerca quasi subito di uscire perché non accada a noi ciò che si presume sia successo ai soggetti dei quadri.









lunedì 25 dicembre 2017

ODISSEE - Diaspore, invasioni, migrazioni, viaggi e pellegrinaggi.





Fino al 19 febbraio 2018 a Palazzo Madama (piazza Castello, Torino) è possibile visitare la mostra ODISSEE una rassegna che racconta,  nel corso di una Storia plurimillenaria, lungo cammino dell'umanità sul pianeta Terra  senza però incentrarsi solo sulle migrazioni.
I percorsi effettuati dal genere umano sono illustrati da grandi cartine geografiche realizzate per l'occasione e documentati da circa cento opere d'arte scelte per l'occasione in quanto rappresentativi delle principali "strade" percorse dall'uomo nel suo lungo viaggio nello spazio e nel tempo, dal Paleolitico ad oggi.


La mostra è suddivisa in dodici sezioni.
La preistoria


Questo periodo è caratterizzato da continui spostamenti di piccoli gruppi umani che esplorano e occupano nuovi territori guidati dalla ricerca di punti d'acqua, fauna e materie prime per la fabbricazioni dei manufatti, elementi essenziali per la loro sopravvivenza.
I viaggi mitologici di Ulisse ed Enea


L'Odissea omerica è il vero prototipo letterario del viaggio nella civiltà occidentale: da Troia distrutta partono sia uno degli sconfitti, il troiano Enea, sia uno dei vincitori il greco Ulisse. Il primo emigra per questioni di sopravvivenza e per trovare un luogo dove fondare una nuova Troia, il secondo intraprende il difficile viaggio per ritornare a casa ricco di insidie e di prove ma anche di conoscenza e di confronto con l'altro.
La Diaspora Ebraica
La parola greca diaspora significa disseminazione e per estensione indica la dispersione di un popolo costretto a trovare una nuova patria.
Deportati sin dal 721 a.C. , dalla distruzione romana di Gerusalemme nel 70 d.C., gli ebrei hanno vissuto sparsi in tutto il mondo pur conservando il senso della loro unità e del legame con la Terra Promessa. 
In Piemonte sono arrivati intorno al 1400 ma soltanto con lo Statuto Albertino del 1848  hanno ottenuto la loro emancipazione.
Il popolo ebraico ha oggi uno stato, Israele, costituito nel 1948.
Il costituirsi dell'impero Romano


Ultimo nato tra i grandi regni dell'antichità, raggiunge la massima espansione nel II secolo d.C. inglobando popoli estremamente diversi per cultura, lingua e religione.
Le invasioni Barbariche


Tra il V e il VII secolo i confini dell'Impero romano cedono sotto la pressione delle massicce migrazioni dei popoli "barbari", popolazioni nomadi o seminomadi che provengono dalle regioni dell'Asia centrale e dell'area danubiana e germanica. Sono i Visigoti, i Vandali, gli Unni, i Franchi, gli Alemanni.
In Italia si insediano prima i Goti (nel 489) e poi i Longobardi (nel 568) con modalità diverse di integrazione con la popolazione romana.
L'espansione Islamica


L'Islam nasce all'inizio del VII secolo dalla predicazione del profeta Maometto nella penisola araba, a Mecca e poi a Medina. Da qui ha inizio la conquista da parte dell'esercito arabo e islamico dell'impero persiano e di gran parte del territorio bizantino: Siria, Egitto e Palestina con Gerusalemme (638 d.C.).
L'impero islamico raggiunge la massima estensione tra il 661 e il 750 per poi vedere incrinarsi l'unità dell'Impero intorno al XI secolo: vaste aree sfuggono al controllo centrale e popolazioni nomadi e di etnia turca instaurano il proprio dominio sostituendo le dinastie arabe.
Le Crociate
Sono le otto guerre indette dai Papi tra XI e XII secolo (la prima del 1096 fu bandita da Urbano II) per indurre i popoli cristiani dell'Europa occidentale a liberare il Santo Sepolcro di Gerusalemme dai musulmani.
Ma le crociate assunsero altri significati: i nobili feudatari desideravano impossessarsi di nuove terre in Oriente, i cristiani di intraprendere un pellegrinaggio verso i luoghi santi, altri scoprire nuovi mondi o trovare in Terreassanta migliori prospettive di vita.
I Pellegrinaggi


La pratica del pellegrinaggio accomuna tutti i tempi e tutte le grandi religioni: gli uomini si mettono in cammino alla ricerca di un contatto più diretto con il divino, a volte per dovere religioso ma anche per desiderio spirituale.
Il viaggio ha come meta i luoghi sacri appartenenti alla storia delle diverse religioni e percorre spesso cammini consolidati nei secoli.
Le Esplorazioni



I viaggi e le esplorazioni hanno provocato in molti casi distruzioni e massacri ma hanno anche reso possibile un flusso di scambi commerciali e culturali da cui sono nate nuove civiltà.
Con Cristoforo Colombo nel 1492 prende l'avvio la conquista del continente Americano e nello stesso periodo i portoghesi stringono relazioni commerciali con alcune società africane del Golfo di Guinea.
I diari di viaggio tenuti dagli esploratori e i racconti dei missionari creano un letteratura di viaggio che descrive le nuove scoperte ed in parallelo il progresso della cartografia consente la riproduzione del mondo fisico con i suoi mari, le sue montagne, le sue città e le sue istanze.
Le Colonizzazioni
Alla fine del XVIII i colonizzatori europei sono ormai giunti ovunque. Nelle Americhe si parla inglese o spagnolo, portoghese o francese.
Gli imperi coloniali hanno sempre prodotto migrazioni più o meno consistenti, talvolta volontarie e altre forzate, insediamenti di nuove popolazioni ma anche genocidi con imposizioni spesso autoritarie della religione cristiana; hanno fatto conoscere risorse materiali nuove e nuovi alimenti come la patata, il mais, il pomodoro, il tè, il caffè, la cioccolata ed il tabacco che ormai fanno parte delle abitudini degli abitanti di ogni parte del mondo.
L'Emigrazione europea verso le Americhe tra il 1800 e inizio del 1900


Il XIX  secolo costituisce un punto di svolta delle migrazioni europee. Tra il 1815 e il 1913 circa sessanta milioni di europei lasciano il continente a seguito delle politiche migratorie liberiste e degli incentivi introdotti dagli Stati Uniti, Argentina e Brasile.
Le emigrazioni transoceaniche sono indotte anche dal forte aumento demografico, dalla crisi agraria e dalle trasformazioni seguite alla rivoluzione industriale che facilitano gli spostamenti sulle grandi distanze.
Parallelamente aumentano anche le migrazioni all'interno dell'Europa stimolate dall'apertura di grandi opere di ingegneria, ferrovie, strade e trafori alpini che attraggono una consistente manodopera.
Le migrazioni contemporanee
Il mondo  contemporaneo ci pone continuamente di fronte al tema della migrazione, dello spostamento di popoli, del confronto tra le persone e le culture.
Ogni individuo, migrante o residente,  deve confrontarsi con "l'altro", con tradizioni, culture e usanze molto diverse che fanno spesso temere per la conservazione della propria identità originaria e rendono difficile la convivenza.
Pur con la consapevolezza che le migrazioni possono generare scontri, atti di ferocia e guerre, l'esposizione desidera dimostrare che dalle migrazioni e dall'incontro dei popoli può scaturire un bene culturale ed artistico.

 




lunedì 18 dicembre 2017

Le donne nell'arte: Hannah Höch


Membro del gruppo dadaista berlinese dal 1917 al 1922, Hannah Höch (1889-1978), è cresciuta in una famiglia della media borghesia , nella cittadina di Gotha (Germania).
Nel 1912 si iscrive alla scuola di arti applicate di Charlottenburg, a Berlino con il segreto desiderio di diventare pittrice.
Lo scoppio della prima guerra mondiale nell'agosto del 1944 (si trovava a Colonia dove si era recata per una mostra della WerkbundLega tedesca artigiani) fa vacillare la sua visione del mondo, fino ad allora ancora moderata. 
Tornata a Berlino nel 1915, segue il corso di arte grafica di Emil Orli al Museo statale di arti applicate. Quello stesso anno instaura una relazione con lo scrittore e artista Raoul Haussmann, che durerà sette anni.


Grazie a lui vien introdotta in numerosi circoli artistici, tra cui quello degli espressionisti (che si concentravano intorno alla galleria di Herwarth Walden e alla casa editrice Der Sturm), dei futuristi italiani e infine nel circolo dadaista.
Nonostante le loro pretese anarchico-rivoluzionarie, i dadaisti berlinesi erano una sorta di circolo artistico con un profilo patriarcale e la figura di una donna costituiva un'eccezione.
Hanna fu, infatti, l'unica donna inclusa nella prima Fiera Internazionale Dada, ospitata nella galleria di Otto Burchard a Berlino. Tra le sue opere esposte c'era il fotomontaggio Schnitt mit del Küchenmesser (taglio con il coltello da cucina...) 



che non solo si scagliava contro il ventre pieno di birra della Repubblica di Weimar, come prometteva il titolo, ma denunciava anche la condizione sociale delle donne: una cartina indicava i paesi dell'Europa che avevano dato il voto alle donne, mentre con l'accostamento di corpi maschili e femminili la Höch creava immagini ambigue, sovvertendo così la nozione di identità sessuale. Ancora più evidenti erano le dichiarazioni spiccatamente politiche presenti  nell'opera: in basso a sinistra, insieme a fotografie di folle si trovano teste di alcuni dadaisti, di Marx e Lenin, mentre in alto a destra, sopra le parole "Die antidadastiche Bewegung" (il movimento anti-dadaista) ci sono i ritratti del Kaiser Guglielmo II, del feldmaresciallo Hindenburg e di altri capi militari.
Nella  composizione si trova anche Kathe Kollwitz, la prima donna che nel 1919 fu ammessa all'accademia delle belle arti.
I materiali utilizzati dalla Höch, sia pittorici che testuali, provenivano in parte da opuscoli tecnici e fotografie private, ma soprattutto da riviste illustrate. Si tratta di un mezzo con cui l'artista aveva a che fare non solo nella sua attività artistica ma anche in quella di grafica per il gruppo editoriale Ullstein, per il quale lavorò dal 1916 al 1926.
Per il fotomontaggio "Meine Haussprüche" (I miei motti domestici) del 1922, 



Hanna mise insieme modelli di prodotti artigianali che stava realizzando in quel periodo, fotografie di parti meccaniche, ritratti, disegni di bambini e citazioni da autori molto diversi tra loro come Baader e Hans Arp, Goethe e Nietzsche. L'opera venne realizzata quando i dadaisti berlinesi cominciarono a prendere strade diverse e la Höch e Haussmann si stavano separando.
Nel periodo post-dadaista l'artista  continuò ad ampliare le potenzialità del collage e del fotomontaggio, sia formalmente sia in termini di contenuto. La sua produzione degli anni Venti comprende "Mischling" (Mezza razza) 1924 e serie come "Aus finem ethnographischen Museum" (Da un museo etnografico) 1925-29

 

                                 
che scompongono immagini stereotipate dell'identità etnica e di quella sessuale per ricostruirle con spirito ludico.
Anche se conosciuta prevalentemente per i suoi fotomontaggi, Hanna Höch ha realizzato anche opere stilisticamente diverse come  nature morte ispirate ai canoni della nuova oggettività e quadri sorprendentemente surreali come "Die Braut oder Pandora" (La posa o Pandora).
Negli anni Trenta l'artista fu costretta a subire le crescenti pressioni della politica artistica ufficiale del Terzo Reich, un problema che ha trovato espressione in diverse opere . 

Il collage "Dompteuse" (La domatrice) del 1930, precedente all'avvento del Terzo Reich, non testimonia solo il conflitto privato con la scrittrice olandese Til Brugman con cui la Höch ebbe una lunga relazione, ma anche l'idea di una minaccia politica se si guarda l'abito della domatrice  simile ad un'uniforme.
Molti dei suoi amici artisti lasciarono il paese dopo la presa di potere da parte dei nazisti, ma Hanna, pur essendo stata bollata come "culturalmente bolscevica" e nonostante il divieto di esporre, rimase in Germania in un sorta di emarginazione interna.
Rischiando la vita, nella sua casa di Berlino, realizzò l'archivio dell'opera dei dadaisti, che rese possibile la scoperta di questo gruppo dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Benché fin dal 1946 la Höch avesse ricominciato ad esporre nelle gallerie e fosse stata inclusa in diverse retrospettive internazionali sul dadaismo, solo dopo la grande mostra tenutasi all'Accademia di Belle Arti di Berlino nel 1971, la sua opera diventò oggetto di un'analisi e di un interesse più attenti. Lei però continuò ad essere ridotta al ruolo di compagna di Raoul Haussmann e vista come "la bella addormentata del dadaismo" come la definì il critico d'arte Heinz Ohff o "l'indispensabile operaia dei dadaisti" come la soprannominò Hans Richter.
Fu solo a partire dagli anni Ottanta che la storia dell'arte femminista pose una visione sottile e attenta della complessa e impegnata opera di Hanna Höch.






"Mi piacerebbe oltrepassare i confini stabiliti che noi, uomini sicuri di noi stessi, amiamo tracciare intorno a tutto ciò che possiamo raggiungere".

domenica 17 dicembre 2017

Curiosità: VIADELLAFUCINA16 - IL CONDOMINIO-MUSEO



Viadellafucina16, in via Salle 16 a Torino è il primo esperimento internazionale di condominio-museo.
Il progetto, realizzato a giugno 2017 da un'idea dell'Associazione Culturale Kaninchen-Haus del duo di artisti Coniglioviola presentata ad un gruppo di abitanti già a gennaio 2016, è un innovativo programma di residenza per artisti, nel quartiere di Porta Palazzo (sede del più grande mercato all'aperto d'Europa).
Attraverso open call internazionale, aperta a proposte di qualsiasi disciplina, gli artisti vengono invitati a trascorrere periodi di residenza nello stabile ottocentesco oggi in stato di trentennale degrado e abbandono con 53 appartamenti in cui vivono circa 200 inquilini di diverse nazionalità.
Gli artisti sono invitati a realizzare interventi e opere negli spazi comuni - che diventeranno parte della collezione di ViadellaFucina 16 condominio-museo - al fine di attivare il dialogo tra le diverse comunità che lo abitano e favorire la riqualificazione dell'edificio.
I progetti vincitori sono selezionati dagli stessi abitanti del condominio con la mediazione di una commissione di curatori e addetti ai lavori, sulla base della capacità di coinvolgere la comunità nella progettazione e nella realizzazione delle opere, di interpretarne i desideri, di attivare nuove forme di socialità attraverso percorsi co-creazione e cura degli spazi.






Come un tempo i nobili facevano decorare dagli artisti i loro palazzi per ottenere maggior prestigio, il condominio si apre alla pratica artistica come fattore di rigenerazione estetica, sociale e culturale, divenendo un luogo simbolico attraverso cui la comunità rappresenta se stessa.


L'ex portineria è stata riaperta ed è sede di un team di giovani sociologi e antropologi dell'Università di Torino ed è utilizzata per accogliere i visitatori, raccogliere i desideri degli abitanti e monitorare l'intero processo, in modo da renderlo un caso-studio replicabile.
Il progetto, inizialmente pensato come realizzazione del tutto indipendente, quest'anno è stato finanziato da SIAE e MiBACT nell'ambito del bando "ILLUMINA - Residenze artistiche e di formazione e dal Programma Hausing di Compagnia di San Paolo" ed in collaborazione con il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli e del collettivo a.titolo, ha dato vita alla prima collezione al mondo di arte condominiale.
Il programma comprende mostre, eventi e talk organizzati nell'indipendente Spazio Idiot e con l'attivazione del laboratorio di creazione collettiva Fucina16.
Con questo progetto, condotto in un contesto ridotto, si intende dimostrare come l'arte e la cultura possano diventare strumenti efficaci per la risoluzione dei conflitti e per una trasformazione collettiva.








martedì 21 novembre 2017

FAUSTO MELOTTI Quando la musica diventa scultura - Castello di Miradolo fino all'11/2/2018


Fausto Melotti (Rovereto 1901-Milano 1986) fu scultore, pittore, ceramista, scrittore e grande appassionato di musica.
Nella sua adolescenza e giovinezza viaggiò molto, spostandosi da Rovereto a Firenze (qui ammirò il Battistero, Ghiberti, Donatello, Beato Angelico e Brunelleschi) poi raggiunse Pisa (dove visitò il Camposanto e vide le opere di Giovanni Pisano), Torino e Milano.
Durante questi spostamenti approfondì lo studio della matematica e della geometria conclusosi con la laurea in ingegneria elettronica al Politecnico milanese; perfezionò la sua conoscenza della musica, arte coltivata fin dall'infanzia (Melotti suonava in modo eccellente il pianoforte); frequentò corsi all'Accademia di Torino e di Milano e atelier di celebri artisti come Pietro Canonica a Torino e Adolfo Wildt a Brera.
La sua formazione fu dunque rigorosa ed al tempo stesso eclettica.
L'arrivo a Milano attorno alla fine degli anni Venti rappresentò per l'artista un passaggio decisivo. Alla galleria Il Milione, aperta nel 1930 da Peppino e Gino Ghiringhelli, conobbe e frequentò esponenti dell'astrattismo italiano. Luogo di sperimentazione, fabbrica di idee e ritrovo della gioventù italiana più artisticamente dotata e colta, al Milione furono esposte opere di Soldati, Veronesi, Fontana, 

Licini e dello stesso Melotti e poi lavori di Albers e Kandinsky 
e vi si trovavano informazioni sulle nuove avanguardie, su Paul Klee e Kandinsky, su Mondrian e Le Corbusier, su Calder e il costruttivasta russo Naum Gabo, si ascoltavano registrazioni sonore di Casella, Malimpiero, Ravel e Stravinsky e si potevano sfogliare le più importanti riviste d'avanguardia (Prélude, Art Concret, Abstraction-Création, Cahiers d'Art).
In quello stesso periodo conobbe Gio Ponti, strinse sodalizio con gli architetti razionalisti Figini, Pollini e Terragni (Gruppo 7), avvicinò Alberto Sartoris il quale, risiedendo in Svizzera e girando per l'Europa, era in contatto con Alvar Alto, Walter Gropius e Jean Cocteau.
Insieme a Lucio Fontana fu il più grande ceramista italiano del Novecento; a partire dagli anni trenta,fino agli anni ottanta, impastando acqua ed argilla, produsse svariate forme, in un percorso diverso ma parallelo  e non inferiore alle sue "sculture" filiformi di ottone e acciaio.

Dapprima, negli anni quaranta e cinquanta, molte le figure femminili, dove il barocco berniniano venne rivisitato in forme ondulate, lievi ed eleganti. Poi  nella serie delle Kore (Persefone) la forma si semplifica, si asciuga, diventando essenziale fusto, sagoma, colonna. Eleganti obelischi femminili in cui i volti ci ricordano le mirabili attese di Arturo Martini.


















Poi i teatrini, le sue canzoni intime e private, anche in terracotta

poi la serie dei bassorilievi, delle piastre, degli animali, dei cavallini, dei cerchi




dei vasi pavone, dei piatti delle coppe e soprattutto una vasta serie di ciotole e di vasi.


La partecipazione alla XXXIII Biennale di Venezia (1966) a cui parteciparono tra gli altri, Burri, Fontana, Munari, Soldati, Scanavino, Dorazio e Morandi, fu l'occasione di una riscoperta critica internazionale di Melotti, l'inizio di una nuova stagione di studi tesi a valorizzare le diverse fasi e creazioni dell'artista.
Nel 1967 in occasione della sua seconda mostra personale a Milano presso la galleria Tondelli presentò un gran numero di sculture in ottone e materiali vari; di quelle sculture rimaste nello studio e realizzate segretamente sin dal 1959 si era parlato solo nel 1962 sul n. 392 di Domus.

L'universo - 1967 ottone
Alla fine degli anni sessanta propose poi con un nuovo rigore e altre complicazioni semantiche le sue tipiche composizioni astratte: apparvero i Contrappunti, i Bassorilievi in acciaio inox lucidato e riflettente



Sono opere iper-moderne, di misure inedite per l'epoca, un formato già adeguato alle pareti del white cube, movimentate da lamiere ritagliate in forme geometriche, da losanghe, cerchi e triangoli, da tondini piegati  in linee sinuose, da sfere sospese, da barrette intrecciate a creare una griglia o una rete, archi, plasmano il vuoto, amplificano un senso di immaterialità.
In queste opere i simboli e le strutture geometriche agiscono come segni musicali: con Melotti viene posta in campo la musica intesa come esecuzione ritmica ed armonica che si dilata nello spazio, la vibrazione di cui filamenti, forme, ramificazioni del metallo sono l'eco o il risvolto figurativo che si prolunga oltre il limite definito degli oggetti prescelti.
I bassorilievi astratti della fine degli anni sessanta sono come spartiti da leggere e da contemplare. E' il ritmo segreto delle forme, dei piani, dei vuoti il punto di riferimento poetico e formale di Melotti: la melodia segreta con la quale l'artista ha costruito il mondo visibile, quella con cui ha pensato l'universo invisibile.
Cosa pensasse dell'arte Fausto Melotti lo deduciamo leggendo la prefazione al catalogo delle opere presentate alla galleria Il Milione : " I fondamenti dell'armonia e del contrappunto si trovano nella geometria ... L'architettura dei greci, la pittura di Piero della Francesca, la musica di Bach, l'architettura razionale sono arti esatte. La forma mentis dei loro creatori è una forma mentis matematica". In questo testo Melotti seppe sintetizzare la sua idea di arte in una frase assolutamente perfetta: "L'arte è stato d'animo angelico, geometrico".
L'arte per Melotti si rivolge all'intelletto, non ai sensi, ricerca l'essere e non l'apparire, supera le antitesi classico-romantico, antico-moderno, vive delle proprie forme e colori (come la musica che vive dei propri suoni e ritmi) occupando armonicamente lo spazio.
L'artista volle rinunciare alla mimesi e alla rappresentazione del mondo naturalistico, al realismo accademico e ad un certo ritorno all'ordine di stampo accademico-retorico.
Con Melotti l'arte si smaterializza perché secondo l'artista "l'arte non ha bisogno di materia in quanto la materia è menzogna" e tre sono i valori dell'opera d'arte: il concetto di sintesi, il senso musicale dell'opera e l'invenzione plastica".



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La mostra al Castello di Miradolo fino all'11/2/2018, curata da Francesco Poli e Paolo Repetto, vuole sottolineare i due principali aspetti della ricerca di Melotti: da una parte i temi connessi alla sua profonda ispirazione musicale, dall’altra quelli con valenze più narrative, mitiche, favolistiche. Attraverso l’esposizione di oltre 80 opere – dalle ben note sculture in ottone e acciaio, alle raffinatissime ceramiche e alle opere dipinte, prevalentemente tecniche miste su carta (e anche su pannelli in gesso) – il percorso espositivo, che si sviluppa in quattordici storiche sale del Castello, illustra il suo iter creativo, anche grazie ai suoi bellissimi pensieri ed aforismi.
Una sezione centrale intitolata Assonanze, vede dialogare le sue opere con quelle di vari grandi artisti, in particolare quelli da cui è stato influenzato, e quelli di cui è stato amico: Fortunato Depero, Arturo Martini, Giorgio de Chirico, Giorgio Morandi, Paul Klee, Vassili Kandinsky, Joan Miró, Alexander Calder, Lucio Fontana, Osvaldo Licini, Atanasio Soldati, Ezio Gribaudo.
Il progetto artistico Avant-dernière pensée propone una propria riflessione sull’arte di Melotti, la musica e il tempo presentando un’inedita installazione sonora che si pone in dialogo con le opere, insieme ad una suggestiva narrazione temporale attorno ad alcune sculture, protagoniste di un disegno di luci in movimento.
L’installazione sonora nasce dalle affinità tra il linguaggio scultoreo di Melotti e la musica, intesa come “occupazione armonica dello spazio”, ed ha come cuore le note e soprattutto i silenzi della rara partitura 44 Harmonies from Apartment House 1776, composta da John Cage nel 1976 (Fausto Melotti muore nel 1986, dieci anni dopo) e presentata nella versione per quartetto d’archi di Irvine Arditti. L’originale di Apartment House 1776 è stato composto per il Bicentenario degli Stati Uniti e eseguito congiuntamente dalle orchestre di Boston, Chicago, Cleveland, Los Angeles, New York e Philadelphia in tutto il Paese nel 1976. In questo brano, John Cage segue il principio del “MusiCircus”, la “molteplicità dei centri”, che descrive come “diversi pezzi eseguiti contemporaneamente, invece che uno alla volta”. Questa “molteplicità di centri” della scrittura del brano, essenziale e pulita e la cui tessitura libera rievoca i pieni e i vuoti delle sculture di Melotti, si incontra nell’inedito sistema di diffusione del suono, concepito perché i quartetti d’archi si articolino nello spazio delle sale espositive, a comporre una grande e suggestiva scultura sonora.
Il visitatore che attraversa le sale del Castello di Miradolo può osservare inoltre alcune delle sculture di Melotti divenire protagoniste di un disegno di luci in movimentograzie ad un’illuminazione esclusiva appositamente concepita e realizzata, che si lega a quella teatrale e puntuale delle opere e degli spazi espositivi. La luce segue, nel movimento, le direzioni orizzontali di lettura nel rispetto della costruzione dell’autore, sovrappone le forme reali e materiche con le proprie proiezioni nella dimensione verticale e, insieme, dichiara la transitorietà del tempo sull’opera. (Testo tratto dal sito del Castello di Miradolo)






"Un artista abbandonato dalla fantasia è come un generale a cui è stato tolto il comando" (F.M.)

lunedì 13 novembre 2017

GILBERTO ZORIO in mostra al Castello di Rivoli (TO) fino al 19/2/2018





Tra i pionieri dell'Arte povera, con il suo linguaggio rivoluzionario e sperimentale Gilberto Zorio, classe 1944, ha contribuito a cambiare la storia dell'arte.
Le sue opere scultoree e le installazioni, costituite prevalentemente da materiali industriali, sono campi inesauribili di energia e di materia in trasformazione; così Gilberto Zorio parla delle sue opere: "i miei lavori pretendono di essere essi stessi energia perché sono sempre lavori viventi, o sono lavori in azione...".
Dalla metà degli anni '60 l'artista ha indirizzato la propria ricerca in direzione di una processualità che rende continuamente mutevole ciascun lavoro. In questo modo ha rinnovato il linguaggio della scultura liberandola dall'immobilità e dalla pesantezza a cui siamo tradizionalmente abituati ad associarla.
Zorio immette i propri lavori all'interno di un ciclo vitale attraverso l'attivazione di reazioni chimiche, fisiche e occupando lo spazio aereo oltre a quello sonoro diventando egli stesso uno spettatore.
Il tempo è spesso una componente importante poiché solo il naturale trascorrere delle ore e dei giorni permette la  trasformazione delle opere. Ne sono un esempio i Piombi che innescano un vero e proprio processo chimico.
Ogni lavoro espositivo è come una pagina bianca, carica di inedite possibilità: sono le sostanze chimiche utilizzate a trasformare l'opera secondo modalità che l'artista non può prevedere quando concepisce l'opera,  anche se l'energia mentale è uno degli elementi che permette la creazione dell'opera ("Il filo conduttore è l'energia intesa in senso fisico e in senso mentale. I miei lavori pretendono di essere essi stessi energia perché sono sempre lavori viventi, o sono lavori in azione o lavori futuribili..." G.Z.) .
La mostra all'ultimo piano del Castello di Rivoli raccoglie oltre cinquant'anni di ricerca, proponendo in un percorso molto denso e non cronologico alcuni tra i più importanti lavori realizzati da Zorio, tra cui installazioni storiche custodite gelosamente dall'artista nella propria collezione privata e un prezioso nucleo di disegni con progetti mai realizzati.
Queste rare opere sono presentate al pubblico accanto a lavori provenienti da collezioni e a nuove installazioni appositamente realizzate per le sale del Castello.




 




La mostra al Castello di Rivoli offre emozioni di uno spazio nel quale la sapienza alchemica abbraccia tecnologie futuribili e antichissime, mentre luce e buio disegnano visioni che coinvolgono i sensi.