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martedì 15 maggio 2018

PRECETTORIA DI SANT'ANTONIO DI RANVERSO


L'inizio dei lavori per la costruzione della Precettoria risale al 1180 circa. Il complesso costituito dalla chiesa, il convento, le cascine e l'ospedale dipendeva dalla casa madre degli Antoniani, la chiesa abbaziale di Saint-Antoine-du Viennesi del delfinato e aveva come responsabile un precettore nominato dall'abate degli Antoniani. 
Essa venne costruita a seguito di una donazione del conte Umberto III di Savoia che la volle in prossimità di un ramo della Via Francigena e la affidò agli Antoniani.
L'Ordine degli Antoniani deriva il suo nome da S. Antonio Abate, che nacque in Egitto nella seconda metà del III secolo e si ritirò a vivere nel deserto acquistando la fama di taumaturgo. Nel 1080 le reliquie del Santo furono trasferite nel Delfinato e sepolte a Motte Saint Didier (ora Bourg Saint Antoine). Qui nel 1095 venne fondato l'Ordine degli Antoniani il cui compito era l'accoglienza dei viaggiatori e soprattuto la cura dei malati, in particolare gli Antoniani di Sant'Antonio di Ranverso si dedicavano a coloro che erano colpiti dal "Fuoco di Sant'Antonio" (ignis sacer). Gli Antoniani usava il grasso di maiale come emolliente per le piaghe e ciò giustifica la presenza di  questi animali negli affreschi all'interno della chiesa e ai piedi del Santo nella statue che lo raffigurano.


L'Ordine Antoniano venne abolito nel 1776 con una bolla papale che ne attribuì i possedimenti all'Ordine dei Santi Mauriziano e Lazzaro. 
Del nucleo originario della precettoria rimangono ben poche tracce per i numerosi rimaneggiamenti eseguiti nel corso dei secoli.
La chiesa, inizialmente costruita in stile romanico, in seguito alle trasformazioni subite nel corso di tre secoli ha assunto forme gotiche. La facciata attuale, che risale alla metà del XIV secolo, presenta tre portali con archi a sesto acuto, a cui si sovrappongono le ghimberghe (frontoni triangolari propri dello stile gotico), sormontate da un pinnacolo. La ghimberga centrale non è in asse con la facciata ma spostata verso la destra di chi guarda, in modo tale da non coprire completamente il rosone, testimoniando così che le ghimberghe costituiscono un'aggiunta posteriore: esse infatti risalgono alla grande sistemazione della chiesa, avvenuta alla fine del XV secolo. Ai lati della ghimberga centrale si aprono due finestre monofore. 
La facciata è abbellita e movimentata da una ricca decorazione in terracotta. Questo tipo di decorazione rappresenta la fusione tra creazione artistica ed esecuzione artigianale, infatti gli elementi decorativi ideati dall'artista (fiori, rami, frutti, foglie ecc.) venivano riprodotti in formelle tramite stampi che consentivano di ripetere innumerevoli volte i motivi ornamentali. La facciata presenta inoltre una decorazione dipinta a motivi geometrici eseguita agli inizi del XVI secolo.
L'interno è a tre navate divise da pilastri che sostengono archi a sesto acuto e volte a crociera. L'impressione di simmetria e irregolarità che esso suscita trova la sua spiegazione nelle diverse fasi costruttive, che nel corso di circa tre secoli hanno attribuito a S.Antonio di Ranverso il suo aspetto odierno. La chiesa primitiva inizialmente (1180-1185) era costituita da una sola navata con un'abside semicircolare. Queste ridotte dimensioni presto però non furono sufficienti, dato l'accresciuto prestigio e potere della Precettoria, tanto che già nel XIII secolo ci fu il primo intervento con la trasformazione dell'abside in un presbiterio a pianta quadrata.
Volta della sagrestia
Nel corso del XIV secolo venne attuato un imponente piano di ampliamento della chiesa: vennero costruite le cappelle del lato settentrionale, venne edificato un nuovo presbiterio più grande del precedente coperto da una volta a crociera; fu costruita la cappella ora adibita a sagrestia (in origine forse cappella funeraria od oratorio destinato ai pellegrini)la navata centrale ricevette una copertura con volte a crociera impostate su pilastri; infine venne eretta la navata meridionale.
Durante il XV secolo fu aggiunto il coro d'inverno dei monaci al di sopra del portico esterno ed illuminato dalle due finestre monofore che sulla facciata della chiesa fiancheggiano la ghimberga centrale.
Nel corso degli ultimi interventi risalenti alla fine del XV secolo, venne costruita l'abside poligonale e rifatta la volta del presbiterio.
Le decorazioni più antiche, risalenti alla fine del XII secolo, si trovano sulla parete sinistra della navata principale. Nella prima cappella della navata sinistra sono affrescati episodi della leggenda della Maddalena, risalenti al 1395, sulla parete di fondo è dipinta una crocifissione.


Sopra l'arco d'ingresso della seconda cappella, un affresco del Quattrocento raffigura la Madonna con il Bambino tra S. Bernardino da Siena e S. Antonio Abate che presenta una donna inginocchiata.
MADONNA IN TRONO - ph. L. Neirotti
Nella prima, nella seconda e nell'ultima cappella della navata di sinistra inoltre rimangono tracce della decorazione tardo-trecentesca consistente in un velario ricamato.
L'opera pittorica maggiore fu iniziata a partire dal 1406 da Giacomo Jaquerio che ha lasciato la propria firma al di sotto dell'affresco raffigurante la Madonna in trono sito nel presbiterio ("[pictafui ista capella [er] manu[m] Jacobi Iaqueri de Taurino - "questa cappella fu dipinta da Giacomo Jaquerio di Torino").
Jaquerio nacque a Torino intorno al 1375 in una famiglia di artisti e operò tra il 1400 circa e il 1453. Era un artista itinerante: iniziò la sua carriera a Ginevra, operò poi a Torino e divenne pittore di corte degli Acaja di Pinerolo; dal 1418 si pose al servizio di Amedeo VIII duca di Savoia, per il quale lavorò come pittore di corte in Savoia e in Piemonte. Risiedette poi stabilmente a Torio a partire dal 1429 e qui morì nel 1453.
La formazione e l'attività di Jaquerio devono molto all'atmosfera culturale e politica creata dal duca Amedeo VIII, il principale committente del pittore torinese, che poté così approfittare di un ambiente culturale favorevole agli scambi e ai contributi di diversa provenienza, grazie alle personali aperture culturali del duca e alla collocazione geografica dello stato sabaudo, che controllava passi importanti delle Alpi occidentali. Egli non solo favorì la diffusione nel territorio piemontese di uno stile che guardava più al gotico d'oltralpe, il gotico internazionale, che all'arte italiana, ma in alcune opere (la "Processione degli offerenti" sulla parete meridionale del presbiterio e la  "Salita al Calvario" nella sagrestia) introdusse una componente realistica, contribuendo così a rinnovare la pittura del suo tempo.
SALITA AL CALVARIO (particolare)  - ph. Lorenzo Neirotti
Alla sua mano si devono anche il Cristo di pietà 


ph. Lorenzo Neirotti
le Storie di Sant'Antonio abate sulla parete  destra del presbiterio


ph. Lorenzo Neirotti
e le storie di San Biagio nella navata laterale destra.


Storie di San Biagio (particolare) - ph. Lorenzo Neirotti
Vero capolavoro del maestro è però il ciclo della Passione affrescato nella sagrestia che presenta un intenso realismo nell'espressione dei volti dei personaggi e rimandi all'arte nordica (Brugel) 


SALITA AL CALVARIO (particolare)  - ph. Lorenzo Neirotti 
 ma dove è presente anche una bellissima annunciazione




con forti rimandi allo stile lineare senese.
All'interno della chiesa un bellissimo Polittico della Natività con i SS. Rocco, Sebastiano, Antonio abate e Bernardino da Siena realizzato da Defendente Ferrari nel 1531 


ph. Associazione Amici della Fondazione Ordine Marziano Onlus
cui fa da corredo una predella decorata con scene della vita di Sant'Antonio Abate.



Sant'Antonio Abate (predella-particolare) - ph. Lorenzo Neirotti
Tra la chiesa ed il convento vi è il "chiostro" che  si affaccia su un piccolo giardino e di cui rimane solo un lato; è stato costruito durante gli interventi effettuati alla fine del XV secolo. Esso è coperto da volte a crociera e si apre sul giardino con archi sostenuti da massicci pilastri in mattoni a cui sono addossate semicolonne, anch'esse in mattoni. A sinistra dell'ingresso al chiostro una scala conduce al coro d'inverno dei monaci (ora non visitabile).





Il resto del fabbricato ha caratteristiche tipicamente rurali: di fianco alla chiesa si trova l'Ospedaletto, dove originariamente erano curati gli infermi, poi trasformato in cascina e di cui ora rimane visibile l'antico portale di accesso.
All'interno del complesso si trova la cascina Bassa, separata dalle cascine denominate "di levante" e "di mezzo" dai muraglioni di contenimento della bealera di Rivoli. Attualmente la parte rurale e conventuale sono chiuse al pubblico per problemi di staticità dei corpi di fabbrica.

Molti i lavori ancora da eseguire ma sicuramente anche il contributo del biglietto dei visitatori sarà una risorsa per continuare in questa nobile ed imponente opera di restauro di quello che è, a tutti gli effetti, un patrimonio architettonico ed artistico che non deve scomparire.
Vistarla non vi deluderà.





sabato 12 maggio 2018

Arte in Stabile - VIACUNEOCINQUEBIS

Il progetto Arte in Stabile, prodotto dall'associazione culturale Collettivo Ultramondo, lavora per creare un nuovo modo di abitare. Nato nel 2012 dall'incontro tra Alessandro Bulgini, artista attivo a livello internazionale con il desiderio di mettere l'arte al servizio degli altri e Andrea Quadrello, architetto e amministratore condominiale, è stato realizzato in via Cuneo 5 bis nel quartiere Aurora di Torino con il sostegno di Compagnia di San Paolo nell'ambito del Bando "Abitare una casa, Vivere un luogo", in partnership con l'Associazione culturale Flashback, con il patrocinio del Comune di Torino e della Circoscrizione 7.

L'androne condominiale dello Stabile di via Cuneo 5

Oltre a Bulini, il condominio di via Cuneo ospita artisti che insieme agli abitanti del palazzo realizzano opere, performance o installazioni, utilizzando qualsiasi linguaggio artistico contemporaneo. Gli artisti coinvolti, attraverso l'organizzazione  di una serie di incontri con i residenti, stanno dando vita ad un vero e proprio spazio di accoglienza creativa, rendendo i condomini stessi parte attiva ed integrante delle opere.
Arte in Stabile è un'arte che non richiede luoghi dedicati ma se li prende, impossessandosi dell'esistente per arricchirlo e restituirlo alla comunità.


Il progetto si svolge nel contesto abitativo popolare e unisce la vocazione sociale a quella artistica, ponendosi come obiettivo la partecipazione attiva tra condomini e residenti dello stesso quartiere attraverso l'applicazione di un formato socio-culturale, all'interno di uno spazio abitativo comune.
Il progetto prevede, inoltre, in diversi momenti di apertura al pubblico e la programmazione di visite guidate.

PER INFORMAZIONI
Facebook
http://www.facebook.com/ArteinStabile/


"Mi piacerebbe rendere il mio palazzo dignitoso. Mi piacerebbe che i condomini fossero orgogliosi di vivere in via Cuneo cinque bis. Questo forse li renderebbe più partecipi del luogo dove vivono.
Come? Magari con l'arte. Possono prestarsi gli ambienti del mio palazzo, le scale, l'androne a delle opere in situ? Magari un artista nordafricano che scrive messaggi di pace tratti dal corano, magari un artista rom che restituisca colore alle buche delle lettere sfasciate ..." (A.B.)


Alessandro Bulgini, nato a Taranto nel 1962 vive a Torino. Diplomato al Liceo
Artistico e in Scenografia Teatrale all'Accademia di Belle Arti di Carrara ha
realizzato numerose esposizioni collettive e personali, performances e i nterventiurbani in Italia e all'estero. Difficilmente assimilabile e inquadrabile in una corrente artistica, Bulgini utilizza un ampio spettro di mezzi: pittura, fotografia, video. Tra i suoi progetti annoveriamo nel 2008 “Opera Viva”: opera social mediante la quale sviluppa varie modalità innovative d'utilizzo artistico del network avvalendosi del contributo attivo dei suoi partecipanti e nel 2012 “B.A.R.L.U.I.G.I”: un'opera viva con la quale apre un nuovo capitolo del suo lavoro a indirizzo sociale. Da un bar in periferia, nel quale l'artista è riuscito a convogliare opere, curatori, critici e giornalisti, enuncia così le semplici regole per poter trasformare spazi preesistenti (condomini, locali, macellerie o paesi interi) in spazi di accoglienza creativa,connessi tra di loro e in tempo reale sul network.


(Ringrazio l'Ufficio Stampa nella persona di Sivia Maria Sara Cammarata per avermi fornito le notizie che ho trascritto e Alessandro Bulini per avermi guidata alla scoperta di questo "Condominio delle Meraviglie").

domenica 22 aprile 2018

SOCIAL FACT - Susan Hiller


Fino al 24 giungo 2018, presso i Binario 1 alle OGR di Torino la mostra  Social Fact (Fatti Sociali) dell'artista statunitense Susan Hiller.
Il titolo nasce da un'espressione che l'artista usa spesso per descrivere i materiali su cui basa il proprio lavoro.
Susan Hiller, nata nel 1940 negli Stati Uniti e residente a Londra dagli anni Sessanta, è una dei protagonisti della scena artistica internazionale. Ha studiato cinema, archeologia, linguistica ed antropologia decidendo poi di diventare artista.
Dopo essersi trasferita in Gran Bretagna, ha operato nel campo dell'arte concettuale britannica e partecipato attivamente al movimento femminista.
Con le sue pionieristiche installazioni, i video multischermo, le sculture, le fotografie, i progetti interattivi online e gli scritti, la Hiller ha focalizzato per decenni la propria attenzione su ciò che è "alieno", sconosciuto e spesso relegato ai margini della sfera pubblica, lei stessa dice: "Ciò che mi interessa è invisibile, in un certo senso. Non intendo letteralmente invisibile, ma ciò cui nessuno presta attenzione e che quindi non si vede".
Ha lavorato su sogni, telepatia, scrittura automatica, memoria storica, fantasmi e lingue scomparse, esperienze di pre-morte, avvistamenti di oggetti volanti non identificati, enciclopedie popolari, fantascienza, canti di protesta, levitazioni, eroi della vita quotidiana... E' affascinata dal modo in cui la tecnologia influenza la nostra percezione del mondo e da quanto Internet sia oggi un gigantesco archivio globale di racconti, storie e confessioni.
Secondo la pratica utilizzata da diversi anni dagli artisti concettuali del mondo anglosassone, nella mostra Social Fact Susan Hiller ha utilizzato opere monumentali per effettuare un'indagine che oscilla tra la fenomenologia del reale e il soprannaturale, tra innovazione tecnologica e psicologia, tra conscio ed inconscio, sogni ed incontri ravvicinati con oggetti non identificati.
Il percorso espositivo, inserito in un unico vasto ambiente, propone una serie di installazioni video alternate a stampe e proiezioni che mutano la percezione e creano differenti sensazioni nell'osservatore.
Il primo lavoro che si incontra entrando in mostra è After Duchamp  


Ritratto del Dr. Dumouchel
M. Duchamp
e si ispira all'opera "Ritratto del Dottor R. Dumouchel" del 1910 in cui l'artista dipinge un giovane compagno circondato da un'aura iridescente (un'opera che all'epoca rappresentava il rifiuto dei canoni della pittura vigenti, l'influsso della radiologia e della fotografia paranormale).
L'opera di Susan Hiller è formata da 50 stampe rigorosamente anonime e come l'artista "riassume enigmaticamente come ci vediamo nell'era digitale. Sapete siamo pixels, siamo luce".
Una moltitudine influenzata dal progresso tecnologico e dall'omologazione dei valori estetici, stordita dai social media e dalle fake news, dalla riproducibilità meccanica e seriale dell'opera d'arte.
Nell'opera Psi Girl (1999), un'opera multischermo che proietta spezzoni di films hollywoodiani, l'artista continua le sue "ricerche di gruppo" inoltrandosi tra paranormale e poteri psichici


le sequenze sono tratte dai films "The Fury" (1978) di B. De Palma, "Stalker" (1979) di A. Tarkovskij, "Fenomeni paranormali incontrollabili" (1984) di M. L. Lester, " Matilda" (1996) di D. De Vito, " Giovani streghe" (1996) di A. Fleming.  L'opera analizza i superpoteri che dà la scostante fase di cambio vissuta nell'adolescenza una riflessione sulla  trasformazione che scatena movimento (pensiamo ai trascorsi della Hiller come militante femminista).
L'imponente lavoro "Illuminazioni" divide lo spazio centrale con "From Here to Eternity".
La prima opera è una collisione visiva nel buoi del Binario 1



che attrae e respinge lo sguardo, un incontro di colori accecanti che si sovrappongono e sono accompagnati da una miscela di voci e strumentazioni scientifiche: la visione è corredata di cuffie da cui si possono ascoltare le registrazioni di codici morse e altri suoni che  fanno da sfondo a trenta minuti di storie, di racconti, di confessioni di presunti avvisatori di alieni, tra incroci di raggi di luce fluorescenti e sfere luminose oscillanti.
Mentre From Here to Eternity ci propone la proiezione di labirinti luminosi dal perimetro conforme alle antiche piante delle cattedrali gotiche all'interno dei quali si muove una sfera che ci ricorda i videogame degli anni '80.
Nel passaggio verso l'ultima opera ancora un omaggio della Hiller a Marchel Duchamp: sei enormi stampe  in cui il colore assorbe la personalità dei modelli ritratti lasciando lineamenti tenui ad un mondo sfocato



Infine Channel, l'opera audiovisiva più grande mai realizzata dalla Hiller. E' composta da 106 monitor televisivi di dimensioni e caratteristiche variabili, si tratta di un "muro catodico" che trasmette testimonianze pre-morte, esperienze extracorporee, dimensioni alternative, ricordi che esigono attenzione. Le storie s'intersecano tra loro, si sovrappongono, si confondono in un'alternanza di voci e di lingue diverse che non lasciano mai spazio alla rivelazione dei volti. 
"Canali è un'opera d'arte progettata per coinvolgere nella considerazione di alcune lacune e delle contraddizioni nel nostro sistema di credenze moderne e nella vita culturale collettiva: è ... un dispositivo estetico destabilizzante che si apre all'imprevedibile". (S. Hiller)



Pur esplorando i confini tra ordinario e straordinario, credibile e incredibile, razionale ed irrazionale, natura e soprannaturale, Susan Hiller non offre alcun giudizio sulla "verità", è al pubblico che spetta il compito di affrontare le contraddizioni dei nostri sistemi di valori e orientarsi secondo le proprie convinzioni, proprio come oggi ogni individuo deve confrontarsi con fake news o fatti raccontati in modo distorto dai social media.












lunedì 2 aprile 2018

Come un camaleonte: l'arte mimetica di Liu Bolin

Nato nel 1973 nella provincia dello Shandong, Liu Bolin si è formato all'Accademia Centrale d'Arte Applicata come studente dell'artista Sui Jianguo che gli fece da mentore agli inizi della sua carriera.
Figlio di quella generazione di artisti cinesi, di cui il più noto rappresentante è Ai Weiwei, che negli anni Settanta tentarono forme autonome di espressione esponendosi alla censura di un regime che ha continuato a mal sopportare l'attività, appartienente alla generazione diventata adulta negli anni Novanta, quando la Cina era risorta dalla ceneri della Rivoluzione Culturale e stava iniziando ad intraprendere una rapida crescita economica e una nuova stabilità politica.
Come un camaleonte l'artista si adatta allo spazio circostante. Una squadra di assistenti partecipa alla trasformazione dipingendo ogni minimo dettaglio del suo corpo in modo che aderisca perfettamente al posto prescelto.
Liu Bolin utilizza la pittura unita al senso plastico dello spazio e del corpo umano rimanendo sempre fedele alla volontà di non ricorrere alle manipolazioni digitali. 
L'effetto della mimetizzazione è estraniante, in alcuni casi bisogna aguzzare la vista per mettere a fuoco la sua sagoma.


Nelle complesse messe in scena della sua sparizione  la pittura, la scultura, l'installazione e la fotografia si fondono.
Ha realizzato le prime opere come scultore con una visione critica già chiara. Il suo grande pugno in bronzo realizzato nei primi anni duemila, simbolo del potere oppressivo è ora esposto in permanenza nel 798, il distretto artistico di Pechino che accoglie importanti gallerie internazionali.



La ricerca in questo campo inizia nel 2005 anno in cui assiste inerme alla demolizione del Suojia Village di Pechino luogo in cui risiedono molti artisti critici al governo e dove lui aveva lo studio. Qui si mimetizza con le macerie del suo studio, si fa fotografare e divulga le foto, dando il via ad una protesta silenziosa e "trasparente", riscuotendo successo. 



Il messaggio è sottile ed evidente, segnala l'annullamento causato dalla costrizione politica, l'impedimento a partecipare alla storia.
L'artista è  conosciuto soprattutto per la sua serie di foto di perperfomance "Hading in the City", un lavoro iniziato nel 2005 che tocca i temi universali del rapporto uomo-natura e tra pensiero e potere politico. 
La sua attenzione si concentra poi sui temi dell'ambiente, il consumo e la mancanza di controllo nella produzione alimentare cinese: nella serie "Supermarket", iniziata nel 2008, la sua figura è perfettamente integrata con gli scaffali carichi di merce,












mentre con il lavoro "Mobile Phones" nel quale si mimetizza tra i ripiani colmi di smartphone contraffatti, la critica è rivolta al suo Paese che si limita all'imitazione  invece di orientare la produzione verso l'innovazione. 




Dal 2012 l'artista si immerge tra le bellezze della storia e delle città d'arte europee. Il viaggio parte dall'Italia, un Grand tour che ha dato origine alla serie "Hading in Italy" (2012-2017) dove con la consueta tecnica mimetica diventa parte dell'Arena di Verona, degli affreschi di Pompei, dello scalone d'onore della Reggia di Caserta 



e del Colosseo




Il tour di Lui Bolin si estende ad America ed India con la serie tutt'ora in corso "Hading in the rest of the world".




Molte mostre sono ormai intitolate "The invisibile man" e la sua fama sta crescendo. E' ormai conteso per campagne pubblicitarie, attiva collaborazioni con altri artisti come il musicista americano Jon Bon Jovi e il  graffitista francese JR.




Pur con qualche digressione, nella sua produzione rimangono sempre al centro i temi scottanti dell'attualità: nella serie "Target" iniziata nel 2013 nelle campagne di Shandong, un tempo occupate da terreni agricoli ed ora inquinate dalle industrie chimiche, evidenzia il dramma della popolazione e dei tristemente famosi "cancer village", fotografando gruppi di persone che paiono dissolversi nel paesaggio, sul cui orizzonte incombono impianti industriali.


Nella serie "Migrant", realizzata nel 2015 in Sicilia inoltre ,punta il dito sui problemi del vecchio Continente coinvolgendo un gruppo di profughi di un centro di accoglienza, facendoli posare, e scomparire nel giallo della sabbia di una spiaggia o tra i pescherecci del porto,




quando non dissolve le loro figure nel blu della bandiera dell'Unione Europea.

Una mostra a Roma al Vittoriano fino al 1° luglio 2018.



Dalla sua prima personale a Pechino nel 1998, il lavoro di Liu Bolin ha ricevuto riconoscimenti internazionali. Tra gli altri eventi, le sue foto e le sculture tipiche della sua produzione sono state esposte nel più importante festival di fotografia contemporanea Les Recontres d'Arles, e ha tenuto mostre personali alla Fondazione Forma per la Fotografia, al Fotografiska Museet di Stoccolma, al Museo H.C. Andersen della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, alla Dashanzi Art Zone di Pechino, alle Galleria Bertin-Toublanc e Paris-Beijing di Parigi, da Eli Klein Fine Art a New York, alla Galleria Boxart di Verona e Magda Gallery di Shanghai. 
Oggi vive e lavora a Pechino.









"Il camaleonte ha la straordinaria prerogativa di cambiare colore per uniformarsi al colore dello sfondo come forma di auto-protezione ... gli esseri umani non sono animali perché non sanno proteggere se stessi". L.B.