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venerdì 7 aprile 2017

L'arte degli anni Settanta: LA BODY ART

Portrait of Rrose Sélavy, 1921
Nell'esperienza artistica del Novecento il corpo è sempre  stato presente: pensiamo a Marchel Duchamp (figura di spicco del Dadaismo) che negli anni Venti amava giocare con il proprio corpo, travestendosi fino a cambiare identità e sesso per diventare Rrose Sélavy; ad Yves Kein che nel 1958 dipinse delle modelle con suo blu (IKB) ed le utilizzò successivamente come  pennelli viventi






 
o a Piero Manzoni che nel 1961 firmava modelle o persone trasformandole in sculture viventi.
Dalla fine degli anni sessanta anche la Body Art fa un utilizzo  esplicito del corpo. Novità assoluta è però l'utilizzo del corpo dell'artista stesso come materia prima dell'opera per rispondere all'esigenza di lavorare con materiali dotati di un'energia vitale maggiore rispetto a quelli tradizionali e al desiderio di mettere in campo materiali davanti ai quali lo spettatore non possa rimanere impassibile.
Esempi  dell'uso del corpo dell'artista come protagonista insostituibile li troviamo nell'opera Making Faces realizzata da Bruce Nauman nel 1968
in cui l'artista usa la propria faccia come fosse cera da scolpire e modificare, oppure l'opera Hot Dog in cui Paul McCarthy riempie la sua bocca di cibo fino a farle prendere una forma disumana



Ogni artista ha utilizzato il suo corpo in modi diversi: a volte rischiando la vita (Chris Burden),  altre volte in modo ironico (Giltert&George), oppure in modo ambiguo e usando dei  travestimenti (Luigi Ontani), ma anche utilizzando pratiche violente che  hanno portato gli artisti a definire le loro azioni "una forma di preghiera estetica" (Nitsch, Raine, Brus, ecc.).
Per quanto riguarda le artiste, un fronte di azioni femminili ha fatto emergere invece tematiche inerenti ai rapporti interpersonali, in particolar modo sessuali e famigliari.
Gina Pane (1939-1990) ha riflettuto con violenza e tenerezza sull'eterna compresenza di amore e morte e sul senso della sofferenza, personale e collettiva, tramite performance violente ma allo stesso tempo composte nelle quali intendeva: "far capire chiaramente al pubblico che il mio corpo è il materiale della mia arte". 
In The Conditioning (1972), ad esempio, si stese su un letto di ferro sotto il quale bruciavano quindici candele. 
Lygia Clark (1920-1988) mirava invece ad una forte interazione con il pubblico creando abiti-opere che faceva indossare agli spettatori.


Carolee Scheneeman (1939) sviluppò l'aspetto erotico-politico del femminismo e dell'emancipazione della donna. Embleamtico è Interior Scrool del 1975 in cui estrasse dalla vagina, intesa come sorgente di conoscenza interiore, un suo scritto di ispirazione femminista, di cui poi diede lettura al pubblico

Le performance di Marina Abramovic (1946) erano e sono tuttora volte a misurare i limiti fisici e psichici umani, anche attraverso l'uso di oggetti pericolosi o medicine, in particolare di farmaci per epilettici. Lo scopo di tutte le performance dell'artista è sottolineare la fisicità della persona, tollerando ogni sorta di umiliazione, paura e fatica. Le sue azioni,  l'hanno portata spesso allo sfinimento e al reale disfacimento fisico.

47 Biennale di Venezia 1997










Il lavoro di Rebecca Horn (1944) estende e modifica le possibilità percettive del corpo tramite l'utilizzo di particolari e poetiche protesi: bende, tessuti, legacci la avvolgono e sono il retaggio di un'esperienza passata di isolamento in sanatorio per i postumi di un avvelenamento dovuto all'uso di sostanze tossiche durante un lavoro artistico quando era ancora studentessa.
In Head Extentio, Unicorn, porta con sé memorie del mondo fatato e favolistica dell'infanzia


mentre nella performance Finger Handschuhe l'artista sperimenta il suo corpo attraverso uno strumento per estendere la sensibilità delle mani, che la porta a percepire l'attività manuale in un modo nuovo, a controllare la distanza tra lei e gli oggetti e a modificare l'approccio del suo corpo con l'ambiente: una volta indossati, i guanti creano un mondo nuovo in cui si agisce in maniera diversa da quella abituale.
Le azioni di Body Art nella maggior parte dei casi sono opere che hanno bisogno di essere documentate. Le fotografie delle azioni performative degli artisti diventano un documento, una testimonianza differita di ciò che è accaduto: l'opera in senso stretto è infatti scomparsa e la sua transitorietà fa sì che necessitino di essere sempre registrate.
Dopo gli anni Settanta si incontrano ancora artisti che utilizzano il corpo nelle loro performance, ma sono soprattutto attori.
Gli esperimenti sul corpo si svolgono soprattutto tramite l'utilizzo della tecnologia.
Ciò che manca a queste nuove esperienze è la carica sovversiva della Body Art degli anni Settanta, in cui l'uso del corpo era il primo modo per capire e sfidare se stessi, oltre a tentare di cambiare il modo di fare l'arte.




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