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domenica 11 marzo 2018

Le donne nell'arte: SHIRIN NESHAT





Nata a Qazvin (Iran) nel 1957 dove è cresciuta, Shirin Neshat nel 1974 per ragioni di studio si trasferisce in California dove  rimane in esilio per l'avvento della rivoluzione islamica in Iran. Tra il 1979 e il 1981 frequenta l'Università di Berkeley e  in seguito si stabilisce New York ove tutt'ora risiede e lavora.
Nel 1990 ritorna in patria dove trova la società del suo paese completamente trasformata poiché l'Iran di Reza Pahlevi era diventato una repubblica islamica.
In seguito allo shock culturale personalmente sperimentato, comincia a rappresentare attraverso la fotografia e poi con video e cortometraggi, la condizione della donna in Iran, l'obbligo di velarsi con un chador nero e il rapporto tra i generi nella realtà islamica contemporanea.
Nodi centrali della sua ricerca artisti diventano la condizione della donna islamica, il suo rapporto con il mondo maschile e più in generale il rapporto tra la cultura islamica con quella occidentale .
Il suo lavoro ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra i quali il primo premio internazionale alla Biennale di Venezia del 1999 ed oggi è ormai un'affermata fotografa e videoartista.
La sua prima opera "Woman of Allah" iniziata nel 1993 e proseguita sino al 1997,  è costituita da una serie di fotografie in bianco e nero che rappresentano volti, piedi e mani (le uniche parti scoperte del corpo)  cui è accostata un'arma o un fiore. Su queste parti del corpo lasciate scoperte dal velo, l'artista ha scritto frasi in persiano moderno  perché, senza questa aggiunta, considerava queste immagini "nude".


I brani utilizzati sono di scrittici iraniane, metafore del piacere carnale, della sessualità, del peccato. Per il pubblico occidentale i testi sono incomprensibili  ed appaiono come elementi ornamentali o decorativi, mentre in Iran dove possono essere letti, le fotografie non sono mai state esposte.
Nel 1997 comincia a sperimentare il mezzo cinematografico per introdurre elementi narrativi alle sue immagini: nascono così video come "Shadow under the Web" nel quale una donna col chador (la stessa Neshat) corre per le storiche mura della città, in una moschea, in un bazar ed uno stretto vicolo deserto e si sente solo il suo respiro pesante ed affannoso. 
Il chador diventa una forma di protezione per la donna che sembra braccata e che, alla ricerca di se stessa, cerca di fuggire all'esistenza limitata che è costretta a vivere nella società islamica mentre la corsa può essere letta come metafora della vita frenetica tipica della società moderna occidentale. Una rappresentazione di due mondi profondamente diversi costituiti da strutture sociali, modelli di comportamento e di pensiero differenti tra loro.
"Turbolent" del 1998 è un racconto che trae ispirazione dalla legge iraniana che proibisce alla donna di cantare in pubblico.
"Rapture" (1999) tratta della separazione dei generi contrapponendo un gruppo di uomini che eseguono rituali apparentemente assurdi in una fortezza ed un gruppo di donne che vagano nel deserto fino a giungere alla spiaggia sotto la fortezza e spingono una barca in mare, strumento del loro destino, forse di morte, forse di libertà.
Dello stesso anno "Soliloqui" ha come protagonista una donna musulmana che è in costante compromesso tra Oriente ed Occidente, tra esigenze della tradizione e del mondo di oggi.
Mentre "Fervor" del 2000 analizza il rapporto d'amore tra un uomo ed una donna.
Dopo numerosi cortometraggi, Shirin Neshat si è affermata come regista e nel 2009 gli è stato assegnato il Leone d'argento alla 66° Mostra del cinema di Venezia con "Women without men" incisiva analisi dei destini convergenti di quattro donne sullo sfondo della rivoluzione islamica.
I suoi lavori sono stati presentati in numerosi personali in diverse città come Londra, Vienna, Amsterdam, ed anche in Italia al Castello di Rivoli.








"Vedo la mia opera come un excursus pittorico sul femminismo e sull'Iran contemporaneo, una discussione che analizza alcuni miti e alcune realtà per giungere alla conclusione che si tratta di problemi molto più complessi di quanto molti di noi pensino."


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