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giovedì 19 marzo 2020

Movimenti artistici: LAND ART

Il movimento della Land Art  prende vita negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Sessanta.
Gli artisti che ne fanno parte sono costantemente alla ricerca di un contatto con i luoghi naturali e incontaminati che caratterizzano il territorio americano: i deserti sterminati, i canyon, le praterie, i laghi salati, le Montagne Rocciose.
Pur derivanti, sul piano strettamente formale, dal minimalismo (impegnato a confrontarsi con la realtà metropolitana e la sua struttura), le opere della Land Art si contraddistinguono per una forte valenza emozionale, per l'utilizzo di materiali naturali e per un confronto con la struttura geologica del territorio al fine di creare un linguaggio in cui cultura e natura, forma artistica e forma naturale possono mettersi in relazione e confluire nell'opera.
Pioniere del movimento fu Michael Heizer (Berkeley-California 1944) che diventò uno dei maggiori rappresentanti della Land Art.
Per il suo primo lavoro Double Negative convinse la collezionista e gallerista newyorkese  Virginia Dwan a mettergli a disposizione i mezzi economici e materiali per realizzarlo. 
Dopo aver sorvolato il deserto del Nevada per trovare un territorio adatto, il progetto che consisteva in uno scavo profondo quindici metri e lungo mezzo chilometro fu realizzato nel 1967 e documentato da Gerry Shun nel film Land Art.


A questo ne seguiranno altri, come Circular Surface Planar Displacement, che realizzò disegnando cerchi giganteschi per mezzo delle tracce lasciate dalle ruote di una motocicletta.


A  Heizer si unirono altri artisti americani tra cui Robert Smithson, Walter De Maria, Richard Serra, Dennis Oppenheim, Nancy Holt ed artisti europei come Richard Long, Barry Flanagan e successivamente Christo.

Robert Smithson e Nancy Holt - New York 1970
La formula Land Art venne utilizzata per la prima volta dal gallerista tedesco Gerry Schun come titolo di una videocassetta che egli stesso realizzò e che documentava gli interventi  sul territorio di alcuni dei sopra citati artisti presentati anche in una mostra dal titolo Earth Works organizzata Robert Smithson ed inaugurata nel 1968 alla Dawn Gallery a New York.
L'intento degli artisti della Land Art era di trovare una relazione con la natura, un rapporto intimo con l'ambiente piuttosto che collocare sculture nel deserto o sulle Montagne Rocciose o utilizzare i vari elementi che la natura offriva come puri strumenti per la realizzazione dell'opera.
Formalmente le loro opere rimandavano ad un puro minimalismo e in effetti alcuni artisti provenivano da tale ricerca.
Cerchi, spirali, cubi, parallelepipedi, forme geometriche semplici ed elementari hanno contribuito alla messa in atto del linguaggio minimale

Spiral Jetty - Robert Smithson
Sun Tunnels - Nancy Holt
e i fattori emotivi o emozionali, di relazione e sintonia con la conformazione stessa del territorio, dei materiali, degli elementi sociali e ideologici hanno caratterizzato la Land Art. 
Determinanti furono tutti quegli elementi di carattere sociale legati a una nuova visione della realtà e i nuovi modelli di vita che in quegli anni della rivoluzione culturale e della critica del sistema borghese ed industriale privavano l'individuo della libertà e lo costringevano a sopravvivere in uno spazio - la città o la fabbrica - che metteva a tacere ogni suo slancio creativo.
Molti abbandonarono la città alla ricerca di nuovi luoghi naturali e incontaminati dove trovare la possibilità di esprimere il loro gesto artistico in modo libero e creativo.
Nacque l'esigenza di trovare  luoghi lontani da musei e gallerie, per poter dar vita a un'opera d'arte libera da ogni condizionamento economico, politico e sociale e gli artisti furono spinti a ricercare nuovi spazi in cui l'autenticità, la libertà e la verità dell'arte potevano realizzarsi.
Non speravano nel ritorno al naturalismo ma ricercavano un linguaggio artistico in cui la natura diventasse lo strumento più adatto per dare vita ad un'opera che inglobasse quei materiali meccanici ed industriali  (ruspe, bulldozer, camion o motociclette) che la rendevano tecnicamente possibile: mondo naturale e mondo artificiale si confrontavano e dialogavano per dar vita al progetto artistico.

Documentario: Troublemakers - The Story of Land Art  Sky Arte






"Nel deserto posso trovare quel genere di spazio inviolato, pieno di pace e religioso, che gli artisti hanno sempre cercato di mettere nel loro lavoro".  Michael Heizer

domenica 15 marzo 2020

Movimenti artistici: HAPPENING


L'happening è un accadimento, un evento, un'azione che ha come finalità quella di aprire il linguaggio artistico alla realtà.
Riconducibile alle esperienze dadaiste del Cabaret Voltaire, l'happening fa la sua comparsa sulla scena artistica americana nel 1959 con la prima azione di Allan Kaprow (1927-2006).
Americano ma di origine russe, dopo la realizzazione tra il 1957 e il 1958 di alcuni enivironments, nel 1959 presenta a New York la sua opera 18 Happening in 6 Parts. Il lavoro ricorda per certi aspetti l'evento teatrale ma, a differenza del teatro, l'happening si sviluppa secondo schemi variabili e seguendo una struttura a compartimenti stagni in ognuno dei quali accade contemporaneamente qualcosa che è estraneo agli altri, avendo però come legante tra loro l'evento stesso.
Si tratta di azioni semplici, elementari, compiute da attori professionisti o improvvisati, con declamazioni di frasi o di semplici parole, suoni o rumori che interagiscono senza alcuna predeterminazione.
Nell'happening possono intervenire fattori esterni e variabili dettati dalla pura casualità che ne determinano un imprevisto e inedito sviluppo. 
A differenza del teatro che ha un copione e regole di rappresentazione, l'happening è tutto giocato sull'improvvisazione, la traccia indicata dall'autore non rappresenta uno schema fisso e ripetibile in quanto è soggetta alle leggi del caso.
Tutto è evento, aperto e libero di svilupparsi in maniera sempre inedita, sensibile anche alle interferenze del pubblico che assiste partecipando e modificando la struttura stessa dell'opera.
A Kaprow si uniscono artisti quali Jim Dine, Lucas Samaras, Claes Oldenburg, Robert Whitman, Red Grooms, Robert Rauschenberg e il musicista John Cage. 
Dalla collaborazione tra Rauschenberg, Cage e il coreografo Merce Cunningham avevano già preso vita eventi importanti, tra cui in particolare l'happening realizzato nel 1952 al Black Mountain College, dove i vari linguaggi, la pittura, la musica, la danza, interagivano al massimo delle loro potenzialità espressive e formali.
L'evento che l'happenig propone sottolinea la necessità di uscire dai limiti dell'opera, quadro o scultura che sia, al fine di partecipare al continuo fluire del mondo seguendone le spinte dinamiche.
Il rapporto tra individuo-artista e ambiente si fa sempre più definito e lo scambio fra essi dà vita a eventi-opere che testimoniano la capacità del lavoro artistico di inserirsi nel reale.







giovedì 27 febbraio 2020

Artisti contemporanei: CARSTEN HÖLLER


Nato nel 1961 a Bruxelles, Carsten Höller lavora tra Colonia e Stoccolma, dopo gli studi in scienze agronomiche all'Università di Kiel e un dottorato in comportamento degli insetti, si avvicina all'arte attuando una serie di originali ricerche che lo spingono verso nuovi territori.
L'artista, il cui debutto artistico inizia agli inizi degli anni Novanta, focalizza i suoi interessi sulle forme che prendono le spinte e le forze evolutive naturali in rapporto con l'emotività umana. Le conoscenze acquisite come biologo entrano in relazione con le teorie riguardanti l'evoluzione, spingendolo ad occuparsi di quelle forme di sentimenti, come l'amore, l'affettività e la gioia, quali strategie essenziali per una buona riproduzione del patrimonio genetico umano, studiando allo stesso tempo gli essere umani come semplici creature animali tra gli animali.
Considerato uno degli artisti dell'Arte Relazionale,  nel corso degli anni si è dedicato alla creazione di oggetti e di dispositivi che aiutino a sviluppare e poi studiare le emozioni. Sviluppando installazioni dal diretto coinvolgimento fisico e sculture interattive, in modo anche ludico, Höller è interessato a creare strutture in grado di indurre il pubblico a stati di eccitazione, di alterazione, di dubbio e di confusione.
Con gli  scivoli installati alla Tate  Modern di Londra nel 2006  definiti dall'artista "generatori di ebbrezza e felicità" lo spettatore era chiamato alla partecipazione attiva diventando soggetto e oggetto dell'opera d'arte. 


Analogamente, con l'opera Spining Top presentata  nella Galleria Massimo De Carlo a Milano nel 1996 (una trottola gigante che può  ospitare una persona al suo interno), Höller mirava a sovvertire la sensibilità individuale, attraverso l'estraneamente dal reale e la perdita della dimensione naturale, infondendo uno stato di spaesamento fisico e psicologico.
Biologo di formazione, Höller trae spesso ispirazione da elementi della natura, quando per esempio utilizza piante e animali come surrogati degli esseri umani per creare analogie descrittive del comportamento delle persone o quando ne altera le proporzioni. Da qui i funghi giganti capovolti realizzati nel 2000 per la Fondazione Prada a Milano  che comparivano come coup de theatre finale dopo un percorso in un corridoio completamente oscurato.


Tra gioco ed assunzione di responsabilità, la produzione artistica di Carsten Höller ha una dimensione socio-politica in cui si riconosce la visione che l'artista ha della contemporaneità e cioè di una società basata sull'utilitarismo che la sua arte vuole mettere in dubbio.
Le sue installazioni diventano strutture di laboratorio in cui il pubblico diventa l'oggetto degli esperimenti. Le esperienze messe in scena da Höller non sono avvenimenti isolati e si accompagnano a lezioni, seminari e libri nei quali compaiono testi teorici. Scienziati e filosofi riflettono sui processi cui le opere danno origine. 
Gli oggetti, quindi, sono deliberatamente finalizzati a confronti provocatori che si estendono ben oltre l'arte.








"Fin dai tempi della scuola mi sono appassionato alla nuova teoria degli insetti, perché essa è un processo prematematico che funziona in maniera visiva e può mettere in evidenza delle corrispondenze con metodi molto semplici."

sabato 15 febbraio 2020

HELMUT NEWTON. WORKS - GAM di Torino sino al 3 maggio 2020



La Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino ha aperto la stagione espositiva del 2020 inaugurando la grande retrospettiva di Helmut Newton (Berlino 1920 - Los Angeles 2004).
Il curatore Matthias Harder (direttore della fondazione tedesca) ha selezionato 69 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica della lunga carriera del grande fotografo che sin dagli inizi non ha mai smesso distupire e far scalpore per i suoi concetti visivi veramente unici.
Il risultato è un insieme di opere non solo particolarmente personali e di successo, ma che hanno raggiunto un pubblico di milioni di persone anche grazie alle riviste e ai libri in cui sono apparse e alle mostre delle sue foto.
Come afferma il curatore, "La sua fotografica, che abbraccia più di cinquant'anni, sfugge a qualsiasi classificazione e trascende i generi, apportando eleganza, stile e voyeurismo nella fotografia di moda, esprimendo bellezza e glamour e realizzando un corpus fotografico che continua a essere inimitabile e ineguagliabile".


La mostra è divisa in quattro sezioni che rendono visibile come in questo lungo arco di tempo Newton abbia realizzato alcuni degli scatti più potenti ed innovativi del suo tempo ed un video narra le giornate di lavoro del fotografo, il suo approccio con le modelle (che diventano le sue creature, i suoi personaggi), le persone illustri che ritrae e i  momenti con la moglie che per tutto il tempo lo riprende con la cinepresa.
Numerosi i ritratti a personaggi famosi del Novecento, tra cui Andy Warhol (1974), Gianni Agnelli (1997), Paloma Picasso (2983), Catherine Deneuve (1976), Anita Edberg (1988), Claudia Schiffer (1992) e Gianfranco Ferré (1996), Anselm Kiefer (1999). 


Delle importanti campagne fotografiche di moda, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Thierry Mugler nel 1988, oltre ad una serie di importanti fotografie per le più importanti riviste di moda internazionali.


L'obiettivo di Newton aveva la capacità di scandagliare la verità che dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l'esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare.
X-Ray, Van Cleefs & Arpels,
French Vogue Paris - 1992
La sua fotografia è intrisa non solo di lussuosa eleganza e sottile seduzione, ma anche di riferimenti culturali e di un sorprendente senso dell'umorismo.
Il chiaro senso estetico di Newton pervade tutti gli ambiti della sua opera, oltre alla moda (suo primo desidero sin da ragazzo) anche nella ritrattistica e nella fotografia di nudi.
Al centro di tutto le donne ma l'interazione tra uomini e donne è un altro motivo frequente della sua opera.
Helmut Newton era in grado di trasformare luoghi banali in palcoscenici teatrali dai forti contrasti o particolarmente minimalisti per i suoi scenari assolutamente non convenzionali. 
Uno dei set fotografici preferiti era il garage del suo condominio a Monaco, 


con modelle e auto parcheggiate disposte a formare un dialogo visivo.










"Non m'interessa il buon gusto. (...) Mi piace essere l'enfant terrible" (H. N.)






INCANTI RUSSI - Pinacoteca dell'Accademia Albertina di Torino - dal 31 gennaio al 22 marzo 2020

Nel 1986 l'artista Il'ja Sergeevič Glazunov (Leningrado 1930 - Mosca 2017), durante il periodo riformatore della perestrojka, riuscì a far rivivere una gloriosa accademia di Belle Arti di Mosca che tanto seguito aveva avuto nel corso dell'Ottocento e nel periodo delle avanguardie russe degli anni venti del Novecento. 
Vi ebbero influenza e vi furono ospiti artisti come Lentulov, Rodchenko, Konchalovsky, Mashkov, come anche Malevich e Kandinsky. Fondamentalmente legata alla tradizione pittorica dei grandi modelli di pittura della scultura classica, in primis italiana, o alle rievocazioni storiche e religiose del folclore e del sentimento popolare russo
l'Accademia a metà degli anni Venti fu fusa con altre istituzioni più tecniche che artistiche per volere dello stesso Lenini, in nome di un certo disprezzo per la pittura antica e i modelli classici a favore del cosiddetto "realismo socialista" che voleva avvicinare l'arte alle classi proletarie in chiave di propaganda politica.
Oggi, scomparso Il'ja Glazunov, questa particolarissima accademia è retta dal figlio Ivan, artista di grande rilievo, in nome di un ritorno ai temi cari alla cultura del popolo russo, alla sua letteratura, alla sua musica, al suo teatro e al suo antico mondo popolare ovvero lo sguardo alla storia nazionale, al sentimento e alla tradizione religiosa popolare e alla mitologia del popolo russo
insieme ai suoi paesaggi e visioni architettoniche.
L'aspetto educativo della composizione pittorica impartita in questa scuola, porta in auge un sistema codificato e mai superato della tecnica artistica e realizzata delle opre: composizione dal vivo dei soggetti, studio ed equilibrio dello spazio da rappresentare, attenzione alle atmosfere luministiche e accurata distribuzione nello spazio dei movimenti dei personaggi dipinti, ma soprattutto approfondimento della psicologia dei personaggi negli eventi narrati che di introducono in una rappresentazione quasi teatrale di particolare fascino e significazione.





domenica 12 gennaio 2020

CHRISTIAN BOLTANSKI

Christian Boltanski (Parigi 1944) è un artista francese affermato a livello internazionale che, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, ha sviluppato una ricerca incentrata sul senso dell'esistenza dell' uomo, sulla persistenza e sull'evanescenza della memoria collettiva ed individuale, sulla dimensione effimera dello scorrere del tempo e sulla storia conosciuta o anonima.
Come tutti gli artisti concettuali Boltanski realizza lavori che cercano di attivare la riflessione negli spettatori, lavora sulla memoria e sottopone il passato ad un attento esame, ricostruendo testimonianze e classificandole come reperti. In lui è costante lo sforzo di ricordare e documentare il vissuto e la quotidianità attraverso forme di catalogazione.
All'inizio delle sua carriera ha cercato di custodire la propria vita inserendone i reperti dentro scatole di biscotti o disponendole in vetrine che mostrano i documenti, gli attestati di quanto gli è accaduto, lettere d'amore insieme a fotografie, carte burocratiche e di lavoro.


Non potendo però ricorrere al prelievo diretto di tutti i documenti li ha ricostruiti per poi fotografarli. 
Così facendo si propone di trasformare la propria autobiografia "in quella degli altri che vi si riconoscono coi propri ricordi. Questa è la funzione dell'arte, l'artista diventa specchio e desiderio degli altri, diventa gli altri, non ha più esistenza propria" afferma, arrivando alla conclusione che "non si può più creare che scomparendo".
Riserva di svizzeri morti 
Negli anni successivi allarga la sua sfera d'interesse fino ad includere nelle opere reperti tratti dalla memoria collettiva e dalle grandi tragedie dell'umanità, costruendo veri e propri sacrari della memoria che prendono il nome di Riserve, Reliquiari  o Monumenti - ne sono un esempio Riserva di svizzeri morti del 1989 (contenente centinaia di foto di defunti recuperate dagli annunci mortuari di giornali elvetici); Reliquiario del 1990 (fotografie, scatole di biscotti, lampade e fili elettrici)  


Reliquiario
Terril Grand-Hornu del 2015 (un monumentale accumulo di vestiti neri di tessuto illuminato da una lampada)

Terril Grand-Hornu 
Si tratta di una monumentalizzazione della memoria della vastissima schiera di individui anonimi dimenticati dalla storia e dalla società.
Les Tombeaux - 1996
Boltanski scruta la vita delle persone e ciò che rimane dopo la loro morte non per farne riemergere il ricordo ma per mettere in evidenza la loro assenza, la loro scomparsa.
Boltanski ha elaborato anche varie altre suggestive e poetiche modalità di visualizzazione di fantasmi di esistenze anonime. Tra queste si possono citare Les Regards (2011) immagini semitrasparenti di volti fluttuanti stampate su fini tessuti che si muovono nell'ambiente

Les Regards 
Crépuscule
Crépuscule (2015) installazione a pavimento formata da un intrico di fili elettrici con piccole lampadine che brillano nel buio come struggenti anime vaganti. Ogni giorno in cui l'opera viene esposta una lampadina si spegne e l'opera che all'inizio è sfavillante, va progressivamente scurendosi facendoci riflettere sul passaggio del tempo e sulla precarietà dell'esistenza.
Di straordinaria intensità è il progetto in progress, iniziato negli anni Novanta, che si intitola Les archives du cœur, un archivio di registrazioni di battiti di cuore di innumerevoli individui, custodito in Giappone nell'isola Teshima, e presentato nelle varie mostre in forma di installazione sonora, come per esempio Cœur el 2006, una semplice ampolla pulsante collocata nel buio.
Boltanski realizza anche installazioni video come l'opera Animatas del 2014 presentato alla Biennale di Venezia nel 2015: nel cielo del deserto di Atacama, sulla costa cilena del Pacifico, c'è una distesa di campanelle giapponesi che oscillano dall'alto di lunghi steli metallici. La disposizione di queste 850 campanelle, collocate a formare una costellazione della buona fortuna, rappresenta la posizione delle stelle nell'emisfero meridionale la notte della nascita di Christina Boltanski (6 settembre 1944).
L'opera è stata realizzata con l'aiuto della popolazione di una comunità indigena ed è un riferimento agli altari dedicati ai morti e collocati lungo le strade in alcune zone del Cile. Per sentire il mormorio di questo grande ma delicato strumento che suona al minimo alito di vento, i visitatori della videoinstallazione che documenta l'opera si trovano immersi nel cuore del paesaggio cileno grazie a una proiezione grande quasi quanto la sala.
Attraverso Animatas, la delicata "musica del caso" , l'artista gioca ancora una volta con la memoria ed il ricordo, la storia personale e l'invocazione cosmica. L'opera di Boltanski, contrassegnata dalla ricerca di universalità e poesia, esplora le differenze tra autobiografia e auto-fiction, memoria e oblio,  individuale e collettivo ed ancora una volta tra vita e morte.


Al Centre Pompidou di Parigi fino al 16 marzo 2020  è visitabile la mostra "Faire son temps", non una retrospettiva ma un modo per approfondire aspetti della ricerca dell'artista dal punto di vista tematico e da quello delle invenzioni formali ed installative. Da non perdere...




















venerdì 10 gennaio 2020

Michael Rakowitz. Legatura imperfetta





Fino al 19 gennaio 2019 il Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea presenta la prima retrospettiva europea dedicata all'artista iracheno-americano Michael Rakowitz (1973 Great Neck - NY).
La mostra presenta in anteprima le più importanti opere realizzate dall'artista in oltre vent'anni della sua attività ispirate all'architettura, all'archeologia, alla cucina e alla geopolitica dall'antichità ad oggi.
Le opere narrano le grandi trasformazioni storiche causate da guerre e altri traumi, denunciando le contraddizioni della globalizzazione.
Rakowits crea sculture, disegni, installazioni, video oltre che progetti collaborativi e perforativi.





martedì 3 dicembre 2019

Curiosità: LA LACCA

La lacca è una linfa che si estrae per incisione della pianta di rhus verniciflua, originaria dell'Asia centrale.
Il processo di estrazione e di preparazione è laborioso, e necessita di particolari condizioni di temperatura e umidità affinché la linfa già depurata e decantata si solidifichi.
La vernice, mischiata a pigmenti minerali o vegetali, è applicata a strati sottili sull'oggetto e ogni mano richiede lungo tempo per asciugare.
Dopo essere stata lucidata con polveri abrasive, la superficie viene dipinta nei particolari.



Il manufatto così rivestito diventa impermeabile all'acqua, resistente agli acidi ed al calore.
Lo sfruttamento della lacca è attestato dal III millennio a.C.: ci sono pervenuti tuttavia pochi oggetti intatti precedenti ai Zhou Orientali. I supporti comuni sono il legno e i vimini, meno usati il cuoio e - dal V secolo a.C. - il bronzo.
Dal IV secolo si sfruttano ance il legno sottile tornito e la "lacca secca", con anima in tessuto di canapa.

mercoledì 6 novembre 2019

Donne nell'arte: MARIA LAI


Maria Lai (Ulassai 1919-Cardedu 2013) ha percorso quasi un secolo di storia, portando con sé il bagaglio culturale della sua isola primitiva, la Sardegna.
Nata in una società agro-pastorale ha sempre cercato un confronto con i linguaggi del suo tempo, rivendicando un proprio ruolo nella società ed una specifica capacità di critica e di azione.
A causa della sua cagionevole salute, ancora bambina viene affidata a parenti che stanno in campagna dove vive un'infanzia serena e libera.
A 9 anni si trasferisce a Cagliari ed inizia la scuola. Durante gli anni che trascorre nella città è fondamentale per lei l'incontro con il professore Salvatore Cambosu che la avvicina alla poesia orientando la sua attenzione più al ritmo che al significato.
Si trasferisce a Roma nel 1940 dove frequenta il liceo artistico e poi dal 1942 al 1945 va a Venezia dove segue il corso di scultura tenuto da Arturo Martini all'Accademia delle belle arti.
Finita la guerra torna in Sardegna dove rimarrà fino al 1954;  questo ritorno segna l'inizio di un periodo difficile, di disorientamento e sofferenza che cerca di superare con il sostegno e l'incoraggiamento di Cambosu con il quale ha riallacciato i rapporti.
Tornata a Roma nel 1957 tiene la sua prima personale presso la galleria L'Obelisco di Irene Brin presentando i disegni a matita realizzati dal 1941 al 1954 e successivamente apre un piccolo studio d'arte.
Intrattiene rapporti di amicizia con artisti  e compare in alcuni servizi televisivi dell'Istituto Luce.
Dopo la mostra sembra andare tutto meglio ma ad un tratto decide di ritirarsi dal mondo dell'arte, in un silenzio che durerà dieci anni: una crisi poetica che la tiene lontana dalle gallerie e dagli artisti, ma che la avvicina al mondo dei poeti e degli scrittori tra cui Giuseppe Dessì.
Attraverso lo scrittore, riscopre il senso del mito e delle leggende della sua terra, trae profonda ispirazione dai suoi libri e capisce l'importanza della sua origine sarda.
Durante questo periodo però osserva le correnti emergenti a lei contemporanee, come l'Arte Povera e l'Informale comprendendo quanto fossero importanti le lezioni di Marini, che inizialmente aveva vissuto come un completo fallimento, le parole di Salvatore Cobos, le tradizioni, i miti e le leggende della sua terra natia.
Dopo un periodo di sperimentazione sul segno grafico, alla fine degli anni sessanta l'artista giunge alla creazione dei Telai: assemblaggi di fili, scampoli di tessuto, legno e talvolta anche oggetti d'uso comune, in cui fa convivere gli elementi primigeni della cultura materiale della Sardegna e le riflessioni sulla scultura portate aventi in seno ai movimenti dell'avanguardia artistica, dai primi collage materici dei cubisti fino alle coeve sperimentazioni degli artisti dell'Arte Povera.



Nel decennio successivo si aggiungono i libri cuciti 

e le geometrie-geografiche di stoffe.


"Le mappe astrali rispondevano all'esigenza di un rapporto con l'infinito, di una dilatazione e proiezioni sulle lontananze. I libri cuciti, al contrario, chiedevano di essere tenuti tra le mani, toccati, sfogliati pagina per pagina, perché il lettore si fermi più a lungo e con più attenzione...".
Il principio "connettivo" che governa la serie dei Telai anticipa e percorre la poetica di Legarsi alla montagna, una performance collettiva realizzata nel 1981 che, in anticipo sui tempi dell'arte "relazionale", orienta il lavoro dell'artista nell'ambito della sfera pubblica, con la creazione di rituali laici fondati sulla partecipazione, sulla condivisione dei processi creativi e del gioco.
Traendo spunto da una fiaba locale - una bambina che salva la propria comunità dal crollo di una montagna, inseguendo un nastro azzurro, Maria Lai coinvolge gli abitanti di Ulassai nella realizzazione di una grande installazione urbana.


Una trama di strisce di tela collega tra loro le case, fino ad arrivare al picco del monte che sovrasta il paese, definendo così non soltanto il legame inscindibile tra uomo e natura, tema centrale dell'opera matura di Maria Lai, ma anche i rapporti e le relazioni tra le famiglie, attraverso un codice visivo di nodi e di fiocchi.


«Lasciai a ciascuno la scelta di come legarsi al proprio vicino. E così dove non c’era amicizia il nastro passava teso e dritto, dove l’amicizia c’era invece si faceva un nodo simbolico. Dove c’era l’amore veniva fatto un fiocco.» 
Nel 2004 le viene conferita la laurea honoris causa in Lettere dall'Università degli studi di Cagliari per il tratto fortemente narrativo e concettuale della sua opera che si realizza però con tecniche tradizionali, arcaiche.
Nel corso degli anni sperimenta ambiti diversi come il teatro, la scenografia, l'animazione, la musica e la grafica.
Negli ultimi anni ha vissuto e lavorato nella casa di campagna vicino al paese di Cardeddu.
Nel 2006, ad Ulassai, ha inaugurato il Museo di Arte Contemporanea Stazione dell'arte, che raccoglie una parte considerevole (circa 140 pezzi) delle sue opere.
Molti suoi lavori sono ormai entrati in importanti Istituzioni come il Palazzo Grassi di Venezia e Villa Borghese a Roma.
Dopo le esposizioni negli Stati Uniti ed in prestigiose manifestazioni europee, Maria Lai è ormai riconosciuta come una tra gli artisti più significativi della Sardegna.


sabato 5 ottobre 2019

Collettivo artistico BASTIONE




Il BASTIONE è un collettivo di giovani artisti con sede nel Bastione San Maurizio, storico edificio militare costruito tra il 1670 circa e il decennio successivo su progetto di   Sèbastien Le Preste de Vauban (1633-1707), all'interno dei giardini della Cavallerizza Reale, ultimo baluardo difensivo situato sulle mura dei Giardini Reali nel cuore di Torino. 


Il 23 maggio 2014 un’occupazione di studenti e artisti si è prefissata l’obbiettivo di creare e salvaguardare un polo culturale all’interno degli ambienti della Cavallerizza Reale promuovendo così una residenza d’artista. Il Bastione, situato nei giardini, tre anni dopo entra a far parte dell’autogestione di alcuni studenti dell’Accademia. 
Ad ottobre 2017, nasce il collettivo artistico   BASTIONE, un gruppo di studenti provenienti da diverse Accademie italiane, che hanno iniziato a frequentare il Garittone dei Giardini Reali come luogo di ritrovo e scambio di idee e ricerche artistiche in ambito contemporaneo.
Questo è stato il primo passo che ha cambiato la natura del luogo. Uniti dalla comune volontà di dare nuova identità allo spazio, gli artisti iniziano a prendersi cura dell’edificio e riqualificare gli ambienti che da diversi anni erano rimasti in uno stato di abbandono e oggetto di vandalismo.
"I lavori per il recupero del bastione sono iniziati nell’ottobre del 2017 quando abbiamo dato avvio ad un lavoro di pulizia e riordino di tutti i piani del baluardo, strutturandoli in previsione della prima apertura al pubblico Atto I° all’interno del progetto  Apotema .
L’edificio era in uno stato di abbandono e la maggior parte delle stanze erano un deposito di oggetti e rifiuti accumulati nel corso del tempo."


Negli anni è maturata una ricerca che pone le basi sull’idea di trasformazione espositiva e sperimentale dell’ambiente circostante, mediante operazioni in diretta relazione e dialogo con lo spazio, le opere in situ dalla vorticosa espansione relazionale permettono a un luogo storico come quello del Bastione di confrontarsi con un fare artistico contemporaneo vivo e attivo.
La dicotomia laboratorio-spazio espositivo si fonde così in un ambiente primigenio che congiunge antico e nuovo in una coinvolgente, dinamica e aperta comunicazione fra gli artisti e il pubblico stesso. È un luogo non solo di sperimentazione, ma anche di incontro e scambio costante, in cui appare quindi, a livello progettuale, installativo e concettuale, il rapporto tra spazio e opera. Attraverso questo rapporto gli artisti si esprimono per sottolineare un dialogo intimo e radicale nella processualità dell’agire.
Il collettivo Bastione nasce con queste intenzioni, declinandosi in atti pensati e agiti in continua evoluzione con la volontà di coinvolgere anche altri artisti o collettivi accogliendo progetti di diversa natura mantenendo un costante confronto. Ogni progetto infatti, viene accolto e selezionato dal collettivo che si mette a disposizione nel curare e sostenere l’intervento con un reciproco scambio.

Gli artisti attivi sono:
Adele Zunino, Cecilia Ceccherini, Donato Mariano, Emanuele Marullo, Francesca Bicego, Gianmaria Dellarossa, Giulia Fresca, Giulia Rebonato, Jacopo Mandich, Lisa Redetti, Mara Jvonne Raia, Marco Mattana, Michele Rava, Mohsen Baghernejad M., Silvia Cioni.


Ringrazio Silvia Cioni per avermi accompagnata nell'esplorazione di questa realtà in occasione della mostra tenutasi il 18 settembre scorso ed avermi fornito le informazioni che ho riportato in questo articolo.

Foto courtesy Silvia Cioni